Luigi Pirandello

L’esperienza artistico-letteraria

L’esperienza artistico-letteraria di Luigi Pirandello riflette il percorso della crisi storica ed esistenziale dell’individuo e dell’intellettuale italiano nella società borghese tra 800 e 900.

L’esperienza pirandelliana è quella di tutta la generazione dei “decadenti” del primo Novecento, uomini che si trovano a vivere una realtà storica avviata fatalmente verso lo sblocco della prima catastrofe mondiale: la sensazione generale è quella del fallimento, dello scacco. La vita si presenta loro assurda nella sua casualità e tale che ogni illusione, ogni mito è destinato ben presto a mostrare il suo risvolto negativo, spesso meschino e volgare.

Nella sua opera, infatti, Pirandello incentrò sin dall’inizio il proprio interesse sulla crisi che travagliava l’uomo del suo tempo, privo di identità e di valori morali, una crisi per altro non circoscrivibile al singolo essere umano, bensì profondamente radicata nella natura sociale e fondata sulla precarietà stessa dei rapporti tra individuo e individuo nell’ambito della società borghese, una società divisa, disorganica in cui gli uomini non riescono, neppure quando lo desiderano, a stabilire dei rapporti e a instaurare un vero dialogo tra di loro. In particolare, Pirandello rivolge la sua critica a certe forme tipiche di convivenza sociale e soprattutto all’istituzione familiare che, codificata com’è su vecchie regole, non corrisponde più non soltanto alle esigenze del cuore, ma neanche alle esigenze della vita quotidiana. La sua opera artistica perciò si basa essenzialmente sulla denuncia dei limiti connessi alla scleratizzazione dei rapporti sociali e sull’analisi dell’eterno conflitto tra la vita, che è continuo progresso e continua evoluzione, e le convenzioni, i ruoli e le istituzioni sociali che, invece, sono pura forma e, quindi, immobili e soffocanti. L’analisi del malessere morale ed intellettuale del tempo conduce Pirandello a prendere le distanze dalla concezione dannunziana dell’intellettuale come letterato raffinato e ideologo, come uomo di stile eletto e propagatore di oasi di vita bella e artificiosa e lo porta invece a vedere nell’intellettuale un individuo capace di cogliere e di sottolineare le contraddizioni della realtà. L’intellettuale diventa così l’”umorista” che registra il caos nel quale egli stesso è immerso senza tentare di dargli un particolare significato, assumendo un ruolo puramente tecnico e meccanico, straniato da una concezione di vita.

March 2019
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